Se la pacificazione è una vergogna

di Furio Colombo
01 maggio 2013

Tutto ciò che è accaduto in questi giorni nella politica italiana appare privo di senso. Certo è privo di senso agli occhi di chi ha votato a sinistra. È accaduto questo: l’intero e vasto gruppo di deputati e senatori che ne erano stati eletti per contrapporsi a Berlusconi, ai suoi valori e al suo partito, improvvisamente hanno attraversato l’emiciclo e sono andati a sedersi con la parte che avevano il compito di sconfiggere.
L’immagine deve essere chiara, affinchè non ci sia confusione. Non è la destra che è venuta a sinistra (fatto del resto indesiderabile e impossibile). Non è stata trovata una terra di mezzo, come in certi racconti o leggende. No, è avvenuto, in modo inequivocabile, il trasferimento sulla destra di ciò che resta della sinistra italiana (tranne il Sel e due deputati Pd). Sono state accettate persone, storie, eventi anche di poco fa, come l’occupazione del Palazzo di Giustizia di Milano, programmi del recente periodo elettorale, progetti per il prossimo futuro, valori.


TUTTO ciò è confermato da immagini in cui non solo scompaiono le distanze simboliche,
ma si moltiplicano gli abbracci, come per provare che tutto ciò è accaduto davvero. Sarà difficile per il Pd, chiunque ne diventi il Segretario, spiegare agli elettori (che certo si sentono vittime di un misterioso inganno) perchè questo passaggio in massa da sinistra a destra è avvenuto secondo un rito detto di “pacificazione”, che invece è ovviamente una resa e, al momento, la fine della identità di un importante partito politico. Non basterà la spiegazione della emergenza, e della necessità di dare al più presto un governo all’Italia. 

Perchè prima bisognerebbe spiegare perchè (e chi) ha negato il voto a Romano Prodi mentre stava per essere eletto subito, e ha fatto finta di non accorgersi del nome di Rodotà, che avrebbe portato, insieme, il nuovo presidente della Repubblica e aperto un nuovo spazio per il governo.
È vero, in entrambi i casi vi sarebbero stati effetti collaterali. Prodi era il simbolo stesso del no a Berlusconi. Il voto a Rodotà avrebbe escluso Berlusconi e il berlusconismo da ogni spazio politico in questa legislatura, eccetto gli infelici scatti d'ira di Brunetta, e avrebbero introdotto i Cinque Stelle a una partecipazione politica non solo di veti. E il Pd avrebbe incassato a pieno la sua prima, vera vittoria politica in vent’anni:
guidare un governo immune dalle scorie berlusconiane del passato (che, come le radiazioni, avevano già pericolosamente penetrato la vita interna di quel partito) e scollarlo del tutto da quel tanto di collaborazionismo che aveva già segnato paurosamente il più importante partito di opposizione.
Il voto unanime per l’eterna amicizia con Gheddafi (su proposta e progetto di Berlusconi e Maroni) può essere un esempio efficace e tetro. Ma a quel tempo Berlusconi governava. Aveva vinto le elezioni. Perchè governa adesso, co - guidando il governo di altri, dopo che le elezioni le ha perse? Perchè ha in mano la “golden share” di un governo detto “di Enrico Letta”, formalmente il vice segretario superstite del Pd, ma in realtà completamente controllato da Berlusconi e dal suo rappresentante Angelino Alfano, un replicante perfetto e succube, dal quale ci si può aspettare solo obbedienza?

QUELL’OBBEDIENZA, lo sanno tutti, è dovuta a Berlusconi, che non ha vinto nulla e comanda tutto. Ormai lo sapete che questa affermazione azzardata purtroppo è vera. Per fargli spazio si è dovuto abbattere Marini (fatto) si è dovuto abbattere Prodi (fatto), si è dovuto evitare di pronunciare il nome di Rodotà
e far finta che non vi fossero altri voti in Parlamento (fatto) è stato necessario incaricare i “saggi”, per introdurre in politica il concetto di scuola-guida (fatto), interrompere le votazioni presidenziali di Camera e Senato fingendo che fossero impossibili, per costringere Napolitano ad essere ri-votato (fatto) e infine incaricare di formare il governo al dottor Enrico Letta, colto, gentile e adatto. Adatto a che cosa?
Non lo sappiamo, salvo il fenomeno stupefacente della transumanza di tutto il Pd (meno due) che va sulla destra, in modo che sarebbe impossibile per gli elettori rintracciarlo, nel caso che dovessero esserci improvvise elezioni. Ma anche il ritorno alle urne non dipende più dal Capo dello Stato, come da Costituzione. Dipende da Berlusconi. Lealmente lo ha detto subito: o mi togliete l’IMU adesso e sempre, o liquidiamo tutto. Dunque Camera e Senato hanno approvato, tra gli abbracci, un governo di Berlusconi, con Berlusconi, per Berlusconi, mettendogli in mano il telecomando. Ora l'attesa è in apparenza per la sorte dell'IMU (e di tutti i Comuni italiani). In realtà l’attesa è per certe sentenze e certi spostamenti di processi (per esempio da Milano a Brescia) e certi legittimi impedimenti (che non si possono non riconoscere a chi ha
in mano il telecomando di un intero governo) per far scattare certe prescrizioni. Ormai, con il ritorno nei ruoli
chiave della stretta osservanza berlusconiana, tutta la Repubblica ha un solo nemico (secondo noi, un solo combattente per la libertà) nelle istituzioni : i giudici. Quando dirigevamo L'Unità, D'Alema ci aveva avvertito: “Non farete fuori Berlusconi per via giudiziaria. Ci vuole la politica”. Eccola la politica. Dio salvi la via giudiziaria, e la Repubblica.

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